Fedra

Uno spettacolo di Raffaello Malesci


Liberamente tratto da 
Euripide, Apollodoro, Ovidio, Plutarco, Diodoro Siculo, Jean Racine, Gabriele d’Annunzio, Miguel de Unamuno

 

Fedra si innamora del figliastro Ippolito, che suo marito Teseo ha avuto da un’altra donna, l’amazzone Ippolita. Fedra è combattuta, cerca di resistere al desiderio irrefrenabile. Viene convinta dall’ancella Enone a seguire il suo istinto, a rivelare la sua passione a Ippolito. Ippolito la rifiuta sdegnato. Fedra non ha scelta…

 

Fedra e Arianna sono sorelle. Principesse cretesi. Figlie del Re Minosse e della regina Pasifae. Pasifae, l’empia, si innamora perdutamente di un toro bianco inviato da Poseidone. In preda al furore si fa costruire da Dedalo una finta vacca dentro la quale si nasconde così da poter essere posseduta, fecondata, dal toro bianco. Non c’è limite al desiderio di Pasifae. Da questa unione bestiale nasce il Minotauro. Un mostro. Mezzo uomo e mezzo toro. Fratello di Arianna e di Fedra. Il mostro deve essere rinchiuso nel labirinto. A lui vengono sacrificati ogni anno sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi. Un tributo di sangue. Il simbolo della potenza cretese. 

Teseo, il figlio del Re, è fra questi. Arianna vede Teseo arrivare e se ne innamora perdutamente già da lontano. Empia anch’essa come la madre, decide di sacrificare il Minotauro, suo fratello, al desiderio. Consegna a Teseo, al suo amore, un gomitolo con cui potrà uscire vittorioso dal labirinto. Il minotauro viene ucciso. Arianna e Teseo partono verso Atene. Arianna è felice e lasciva. Teseo abbandona Arianna a Nasso.  

Teseo torna ad Atene, diventa Re, vince in battaglia Ippolita, la Regina delle Amazzoni, la possiede con violenza, la prende con la forza. Una storia risaputa, ripresa anche da Shakespeare nell’incipit del Sogno di una Notte di Mezza Estate. In Shakespeare diventa un amore regale, ma non è così. Ippolita partorisce un figlio a Teseo: Ippolito. Un figlio bastardo, mai riconosciuto, relegato a Trezene. Ippolita muore, forse uccisa dallo stesso Teseo. 

Passano gli anni. Ippolito cresce, diventa un uomo. Teseo invecchia. Si ricorda di Fedra. Allora era una bambina. Ora è una donna. Teseo la sposa. Entrambi sono di sangue regale. Fedra è riuscita dove Arianna ha fallito.

 

“Il pensiero che gli Dèi si curino di noi, quando penetra nel cuore, scaccia ogni affanno. Nutro in me la speranza di poter comprendere, ma, quando volgo lo sguardo alle sorti dei mortali, mi smarrisco: ovunque le cose si alternano le une alle altre e la vita per gli uomini muta, errando senza fine” (Euripide, Ippolito 1104-10)

 

Fedra, principessa cretese, sposa l’anziano Teseo, Re di Atene. Teseo ha un figlio ormai grande, Ippolito, avuto anni prima dall’Amazzone Ippolita. 

A Trezene Fedra vede Ippolito e se ne innamora. È tormentata dal desiderio, un desiderio folle e incontenibile. Così fu per sua madre Pasifae, che si unì ad un toro bianco e che partorì il Minotauro, un mostro mezzo toro e mezzo uomo. Così fu anche per sua sorella Arianna, pazzamente innamorata di Teseo, che sacrificò il Minotauro, suo fratello, consegnando a Teseo il gomitolo di filo per salvarsi dal labirinto. Una famiglia di virago dunque, senza il senso del limite, prone agli istinti. 

Lo stesso desiderio attanaglia Fedra: desidera Ippolito, il giovane figliastro, il figlio di suo marito Teseo. Ma Fedra è diversa: ha il senso del limite, tenta di costruirsi una morale. Non vuole cedere al desiderio che trascinò sua madre verso il toro e l’abominio, non vuole cedere all’amore che la trascina verso Ippolito. Ma Fedra non ha scelta: non può smettere di amare. Afrodite reclama la sua tassa inesorabile. Ippolito è puro, casto, solitario. Un bambino, eppure lei lo ama, lo desidera. La tragedia nasce dal limite che si impone Fedra e che Pasifae e Arianna non si sono imposte. 

In Euripide non c’è colpa cosciente: Fedra in fondo non ha scelta. In Euripide non c’è l’inconsapevolezza di Edipo, che non conosce la propria colpa. Fedra è spinta dal desiderio al peccato, da quello che lei ritiene un peccato. Ma non è così per tutti: per Enone è solo una storia di sesso. Enone invita Fedra ad abbandonarsi all’amore, a vivere il desiderio. 

Fedra è assolutamente contemporanea: la donna etica, la donna del limite morale. Ma la carne è potente, la colpa inevitabile. I Greci lo sanno, Euripide lo sa. Ippolito incarna la rinuncia, l’ascetismo: cosa del futuro, cavallo di battaglia di quello che sarà il cristianesimo. È qui, è con Fedra che nasce il peccato. Costrutto umano, non divino: “Per Zeus è concesso tutto ciò che piace”. In Euripide è l’ascesi il vero peccato. La negazione della carne. Ippolito è più colpevole di Fedra, perché la sua rinuncia è innaturale, è un affronto alla divinità. Rifiutata, Fedra si vendica, su sé stessa e sul figliastro. Questa è una tragedia senza colpa, eppure anche la tragedia della vendetta. Una tragedia senza scelta, senza soluzione.

 

“Zeus, che devo dire? Che vegli sui mortali o questa è una vana credenza ed è il caso che domina le vicende umane?” (Euripide, Ecuba, 488-90)