La casa nuova 2011

di Carlo Goldoni

(La Scuola dell'Attore 2010 - 2011)


Goldoni scrive in un periodo di decadenza della repubblica veneta, in cui lentamente ma inesorabilmente l’asse economico si andava spostando dal mediterraneo all’atlantico dove le nuove potenze, Francia, Olanda e soprattutto Inghilterra, stavano ponendo le basi per la prossima rivoluzione industriale e per il dominio coloniale inglese sul mondo, il “rule britannia”, che durerà per i successivi duecento anni. Goldoni, che è in primis un acuto osservatore della società in cui vive, riscontra un arretramento dell’iniziativa mercantile del patriziato veneto e un ritirarsi della classe imprenditoriale su posizioni di rendita. Le grandi famiglie si ritirano in campagna, nelle grandi ville venete fatte costruire in questo periodo, per periodi sempre più lunghi e i giovani stentano a trovare una loro strada che non sia il dissipare patrimoni acquisti da generazioni. 

Goldoni vede oramai in pochi uomini di alta rettitudine morale e forte dedizione al lavoro il lascito di quel ceto nobiliare e mercantile che aveva reso Venezia una delle prime potenze commerciali nel cinquecento. Lo zio Cristofolo nella nostra commedia è uno di questi, mentre il nipote Anzoletto e sua moglie Cecilia rappresentano la nuova generazione dedita al lusso e agli sprechi incontrollati. 

Goldoni non risponde alla domanda che è logico porsi allora come oggi: “Cosa spinge i personaggi a vivere al di sopra dei loro mezzi? A comprarsi una casa che non si possono permettere? A ostentare una ricchezza che non hanno guadagnato e di cui non sono artefici?”. Goldoni si limita a sottolineare l’insostenibilità di questo stile di vita con la comica débâcle finale dei personaggi che vengono invitati a cambiare vita dal burbero Zio Cristofolo. 

Allora tutto assume una luce diversa, nessuno è più ciò che vuol dare a vedere, e ci accorgiamo che il mondo colorato che ingenuamente sogna Anzoletto è destinato a restare solo il frutto della sua fantasia.

Raffaello Malesci